La chiesa di San Carlo e il Mulino superiore dell’acquedotto Carolino

La chiesa di San Carlo e il Mulino superiore dell’acquedotto Carolino

RUBRICA – FOTOGRAFARE L’ARCHITETTURA

(a cura di Mariano De Angelis)

L’acquedotto Carolino, chiamato per i suoi archi anche “Ponti della Valle”, domina il paesaggio casertano. Questa straordinaria opera di architettura e di ingegneria idraulica fu voluta da re Carlo di Brobone per portare acqua alle “reali delizie” del parco di Caserta e del complesso del Belvedere di San Leuci (dal monte Taburno). A disegnare l’acquedotto fu Luigi Vanvitelli, celebre progettista della Reggia di Caserta, ed insieme con questo predispose, nella valle di Maddaloni, una serie di strutture che sarebbero servite alla sua costruzione.

Infatti i lavori durarono dal 1753 al 1770, un arco di tempo abbastanza lungo durante il quale si assistette ad una vera e propria “cantierizzazione” della valle per l’organizzazione non solo della costruzione dell’acquedotto ma anche per la gestione della comunità di maestranze impegnata nei lavori. In particolare sulla sommità della collina, lato Arienzo, vennero costruite la chiesa di San Carlo, il Mulino superiore e le ferrire attigue.

La chiesa di San Carlo, che vediamo in copertina, oggi versa in condizioni di abbondano e precarietà strutturale (non possiamo far a meno di notare le lesioni in facciata). L’edifico era destinato all’assistenza spirituale dei lavoratori ed a fungere da punto di ritrovo per tutta la comunità. Dobbiamo ricordare che molti degli operai impegnati nel cantiere dell’acquedotto Carolino provenivano da lontano, anche da altre province del Regno.

Anche se gli intonaci sono quasi del tutto scomparsi la facciata della chiesa lascia intravedere un chiaro tono classico, ne sono un esempio: il timpano, il fregio continuo e le “ombre” dalle lesene binate ai lati della porta d’ingresso. La struttura conserva ancora il campanile a vela sul muro sinistro.

La seconda foto mostra quel che resta degli interni ed in particolar modo evidenzia la muratura superstite dell’altare e gli stucchi della cornice che doveva contenere una tela raffigurante San Carlo Borromeo (titolare della piccola chiesa). Dallo scatto è possibile ammirare la costruzione della volta, forse la vera caratteristica di questa chiesa. Essa è realizzata con gli stessi materiali e le stesse tecniche costruttive dei torrini d’ispezione dell’acquedotto Carolino. In particolare, dalla fotografia, notiamo sul lato destro della chiesa un’apertura che conduceva alla piccola sagrestia della quale adesso restano pochi ruderi.

Accanto alla chiesa di San Carlo vennero costruite anche la ferriera (non visitabile perché bene privato) ed il cosiddetto “Mulino superiore“. Questi servivano per la produzioni di materiali da costituzione (in special modo il ferro) e per provvedere alle esigenze degli operai. Re Ferdinando IV di Borbone, terminati i lavori dei Ponti, intendeva riconvertire la manifattura per la fabbricazione del rame ma dovette abbandonare il progetto a causa dello scoppio della Rivoluzione partenopea del 1799.

In effetti il Mulino superiore, che in fotografia vediamo chiaramente nella sua costruzione in pietra tufacea, non era l’unico mulino a servizio del cantiere. L’intero percorso dell’acquedotto è disseminato di ferriere e mulini che, data l’abbondanza d’acqua, furono voluti dal re come raffineria di ferro per il cantiere. Insieme al “Mulino di San Benedetto“, questo è di certo una delle strutture più importanti dell’intero condotto.

Entrambi, il Mulino superiore e la sua ferriera, sono vicini ed attigui alla chiesetta di San Carlo. Purtroppo della costruzione del mulino è andato perso quasi completamente il tetto (restano soltanto delle travi di legno che lo componevano mentre le tegole sono cadute rovinosamente al suolo). Le erbacce si sono impadronite della struttura e contribuiscono, come sempre, al suo degrado.

© Fotografia di Mariano De Angelis, testo a cura di Angelo Cirillo
In copertina: Chiesa di San Carlo presso l’acquedotto Carolino – (se si condivide l’articolo indicare le fonti).

Centro Studi Normanni

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