Arte, Censura e “Sardine”

Arte, Censura e “Sardine”

RUBRICA – DOSSIER

(a cura di Salvatore Setola)

La civiltà occidentale si avvia ormai a realizzare il sogno del pedagogista Aldo Agazzi: la società vista come macchina educante. Una società che in ogni suo settore, e in ogni suo momento, non smette di educare, di distribuire insegnamenti morali, di stigmatizzare (ed epurare) ciò che è eticamente sbagliato, politicamente scorretto, diseducativo. Di trattarci tutti come se fossimo in una grande scuola dell’infanzia. Una società sterile e sterilizzata, incapace di immergersi nelle zone d’ombra dell’arte, nella sua danza degli spettri, nelle stanze dell’inconfessabile dove l’opera non coincide con l’artista e anche se coincidesse – come nel caso di Gauguin – il giudizio morale deve rimanerne assolutamente fuori.

La società educante è una società che vuole soffocare quello che James Hillman chiamava “il cattivo seme“, quando invece l’unico modo per estirparlo – scriveva il grande psicologo nel “Codice dell’anima” – è dargli sfogo, incanalarlo in modo costruttivo. La società educante è una società che non vuole sporcarsi la mani con l’odio perché si considera intellettualmente e moralmente superiore. Elite illuminata che dimentica che l’odio è, purtroppo, il motore della storia, come già ci avvisava Eraclito e il suo “Panta Rei”. Perché esiste odio e odio. E io, seppur animato dai valori della non violenza, non posso non considerare legittimo – per esempio – l’odio delle proteste cilene contro un governo che ammazza civili e violenta donne, non posso non considerare legittimo l’odio degli oppressi, dei dimenticati, dei subalterni, di chi non ha nulla contro chi ha tutto.

La società educante, che insinua di censurare un gigante dell’arte come Gauguin, è la stessa che va in visibilio per il movimento delle Sardine, compagine perfetta per l’ideologia della neutralità. Un movimento che si appresta a riempire le piazze d’Italia contro un generico “populismo“, un movimento la cui essenza è e resterà vuota. Senza visione, senza coraggio, senza prospettive. Con l’unico intento narcisistico di ribadire quanto siamo bravi, belli e civili noi e quanto sono brutti, sporchi e cattivi quelli là (che restano un’entità astratta, nemmeno ben definita nelle loro parole). Il loro manifesto è un insulto al nobile genere letterario dei documenti programmatici. Tutto è ridotto a sterile e vanesia contrapposizione: il cervello contro la pancia, la bellezza (o meglio la sua idea slavata) contro l’odio, in pratica il popolo dell’amore di Berlusconi in salsa progressista. Mi dispiace non accodarmi all’entusiasmo, ma i manifesti si scrivono così <<Noi vogliamo esaltare l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno>> (Manifesto del Futurismo); <<La bellezza sarà convulsa o non sarà>> (Manifesto del Surrealismo); <<La sola parola che non sia effimera è la parola morte. Voi amate la morte che muoiono gli altri>> (Manifesto cannibale nell’oscurità).

I manifesti si scrivono con rabbia rivoluzionaria. Con vitalità disperata. Con spirito contraddittorio. Con fame. Fame di qualsiasi cosa. Ma sarebbe stato sufficiente anche solo usare le chiare e semplici parole di “Umanità in rivolta” scritto recentemente da Aboubakar Soumahro, sindacalista dei braccianti immigrati: <<L’attuale paradigma è una minaccia per la nostra umanità. Il nostro compito collettivo è quello di elaborare un modello alternativo basato sulla giustizia sociale e ambientale. La crisi in corso e le disuguaglianze prodotte dal capitalismo potrebbero giocare un ruolo importante per costruire una vera alternativa>>.

Parole che dovrebbero essere scolpite in ogni (som)movimento dell’anima ma che nella nostra società educante non accendono gli entusiasmi “liberal” perché non ci mettono nella posizione dei buoni, dei bravi, dei gentili. Perché non ci dicono che, siccome apparteniamo alla parte razionale, istruita e competente del paese, allora ci siamo meritati di essere dalla parte giusta. Parole che non riempiranno mai le piazze perché, nella società educante, non ci deve essere ombra di conflitto, nessuno slancio vitale, nessuna passione folle o sana carica sovversiva. La società educante è la società della tecnica del buon costume. E dentro non c’è più spazio nemmeno per Gauguin.

© Testo di Salvatore Setola
In copertina:  Donne di Tahiti di Paul Gauguin  – (se si condivide l’articolo indicare le fonti).

Centro Studi Normanni

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