La torre costiera “San Severino”

La torre costiera “San Severino”

RUBRICA – I CONFINI DI LITERNUM

(a cura di Giuseppe Miraglia)

La storia Torre San Severino inizia nell’epoca romana, il castrum serviva anche per lo stazionamento delle truppe romane dirette a Miseno. La torre dista dal mare alcuni chilometri ma rientra comunque nelle categoria delle torre difensive dislocate sul litorale e nell’entroterra per l’avvistamento e per la comunicazione “visiva” tramite segnali di fumo e suoni.

Questa torre aveva la duplice funzione di difesa e abitazione: va quindi inserita tra quelle che vengono definite “case-torri“. Nel periodo vicereale scoppiò un altro fenomeno, il banditismo, che andò a colpire le popolazioni dell’entroterra, già provate dalle incursioni via mare. Fenomeno già diffuso in epoca angioma, le incursioni dei banditi spinsero molti privati a costruire torri all’interno dei casali e delle masserie a scopi difensivi. Nacquero così le case-torri, Torre San Severino ha assunto in quel periodo questa funzione di casa torre.

La torre fu costruita all’interno di una masseria a corte, funzionante da grancia benedettina fino agli inizi dell’800. L’edificio è attualmente in rovina a causa dei danni subiti nell’ultima guerra. In origine la costruzione era organizzata su tre livelli più piano terra, la base è a scarpa con bocche di lupo, i due ingressi ad archi risalgono al XVIII sec.

Torre San Severino appartenne al duca di Benevento che nel 1750 la donò ai monaci benedettini del Monastero di San Severino e San Sossio di Napoli. Fieri avversari di Ferdinando IV e tra i fautori della Rivoluzione Partenopea del 1799, i monaci furono banditi al ritorno del Sovrano a Napoli e contestualmente ricevettero la confisca dei beni (così anche per il monastero nei pressi di Licosa). La torre fu quindi affidata da Ferdinando IV al duca di San Teodoro che a sua volta la vendette nel 1880 al banchiere Filippo Micillo.

© Foto e testo di Giuseppe Miraglia
In copertina: Torre San Severino – (se si condivide l’articolo indicare le fonti).

Centro Studi Normanni

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